Dieci colli, cento pensieri
E’ un Mercoledì lavorativo ma niente straordinari, alle 19,00 si parte per Bologna, domani c’è da faticare, 162 chilometri non sono pochi, però, a pensarci bene un po’ di lavoro extra sarebbe una buona scusa per evitare la Dieci Colli. Dopo aver relegato nell’angolo più lontano della mente il brutto pensiero, prevale il senso di responsabilità anche perché l’ho proposta io, con il sostegno di Paolo, questa benedetta Gran Fondo ed è giusto che partecipi, alla faccia della preparazione.
Ore 17,15: lascio l’ufficio e corro a casa, devo preparare la borsa, dentro ci va tutto l’indispensabile per trascorrere un giorno via da casa, un salto dal Rossi per qualche barretta energetica e via presso il ritrovo.
Purtroppo comincia male, Paolo e Simo (Micheletti) non saranno dei nostri; rimango un poco male ma Paolo è bravo e non si scompone anzi, è lui che mi rincuora facendomi presente che non ho montato il ventotto!
Ecco la prima delle cose che ho dimenticato, il ventotto appunto, domani mi sa che le salite dovrò percorrerle a piedi. Va beh, ci penserò in loco, ora bisogna raggiungere il più presto possibile Bologna.
Ore 21,00: sosta nei pressi di Mantova, in autogrill ovviamente, non è una cena che resterà impressa nella mia memoria ma il piatto di riso ai frutti di mare scivola in pancia che è un piacere e poi via di corsa, è tardi, potremmo trovare l’Hotel chiuso.
La Bologna che ci accoglie è caotica, movimentata, persino calda, sono le 22,15 e ci sono 21 gradi.
Mario è già sistemato nella camera dell’hotel a godersi la partita dell’Italia, del resto non ci sono alternative; Ale pensa bene di procurarsele e passa al contrattacco, ci supera e vanifica così mezz’ora di telefonate effettuate per chiedere indicazioni a Mario riguardo l’ubicazione dell’Hotel.
Guarda caso ci supera e cosa fa? Si immette nella strada che porta in direzione opposta a quella che dobbiamo seguire. Una strada che si rivela - non posso non scriverlo - alquanto battuta da signorine accaldate che sostano ai lati e che sono causa di rallentamenti pericolosi.
Paola richiama Corrado per un’occhiatina che questo si lascia scappare in concomitanza di un cartello stradale la cui visibilità è ostacolata da una paio di signorine….proprio lì dovevano mettersi!
Che indicazioni abbia tratto da quel cartello è un mistero, fatto sta che troviamo la strada giusta e giungiamo in Hotel. Mezz’ora per parcheggiare le auto e sistemarci nelle camere, alle 23,30 siamo tutti a dormire, il ritrovo è per domani mattina alle 5,45.
Prima di addormentarmi penso alla scelta del percorso e di conseguenza alla mia condizione di forma che non è per niente buona, allo scarso allenamento e alla poca voglia di soffrire; questo insieme di considerazioni fa sì che quando mi sveglio mi ritrovo con la mente assalita dallo stesso dubbio: percorso lungo (162 Km) o percorso corto (90 Km)?
Accantono ancora per un attimo il dubbio amletico e penso solamente ai preparativi: colazione super, barrette, borracce, controllo della bici, tutto è ok e pertanto ci si può recare verso la partenza.
Il cielo è nuvoloso ma comunque fa caldo, più che altro c’è molta umidità. Arriviamo ai Giardini Margherita e siamo in pieno clima Gran Fondo. Tanti, tantissimi ciclisti entrano nei giardini per schierarsi in griglia, il cielo diviene azzurro di colpo, la giornata si annuncia splendida, ormai devo scegliere: a sinistra per la cinque colli e per 90 chilometri a destra per la dieci colli e per 162 chilometri.
Il numero assegnatomi rientra nella griglia dei diecicollisti, ma la scelta non è influenzata da quello, ci mancherebbe, la scelta avviene in modo spontaneo e sereno ed è per il percorso lungo perché l’obiettivo che matura nella mente è portare a termine la prova dosando le forze per non arrivare stravolto.
L’attesa in griglia è come un rituale, una miriade di gesti e di mosse, una moltitudine di atteggiamenti e di frasi che si ripetono automaticamente in questi frangenti.
Ore 8,00: si comincia, i primi minuti sono come al solito i più frenetici, chi ha qualche ambizione per migliorare il proprio tempo sfreccia velocemente mentre il resto del plotone scorre tranquillo. Percorsi i primi chilometri la trasformazione di Bologna è qualcosa di meraviglioso; lasciamo le vie del centro, ampie e urbanizzate, per intraprendere strade immerse nel verde. All'orizzonte il paesaggio pare dipinto mentre le piante ed i campi fioriti contribuiscono a profumare l’aria ed a rallegrare la vista.
Da subito perdo le tracce delle maglie biancoazzurreblu del pedale, Mario, Paolo, Alessandro e Corrado hanno la gamba buona e sono davanti a lottare.
Poco prima di attaccare lo Zula, il primo dei colli, volgo lo sguardo per controllare la situazione alle mie spalle e con un poco di sorpresa mi accorgo che Paolo (Plebani, l’altro è Caslini) si trova alla mia ruota.
Subito nasce un’intesa, la mia titubanza psicologica iniziale si dissolve grazie alla sua presenza che in questa fase mi è di grande aiuto. Tipo tosto il “Pleba”, gambe alla Fiorenzo Magni e cuore da vendere, si mette davanti a tirare e stare alla sua ruota coperto è un piacere, sarà così fino al sesto colle, da lì in poi avrò modo di contraccambiare il favore.
Dal primo al quarto colle (Zula, Badolo, Mongardino e San Lorenzo), che si superano dopo 95 chilometri, ho la lucidità necessaria per ammirare l’ambiente circostante e rimango molto stupito dalla serenità che si ricava da questi luoghi, tanto belli perché puliti ed incontaminati.
Luoghi fatti a misura per i ciclisti ma non solo, perché ne sono convinto, qui si vive benissimo; lo si capisce dall’aria che si respira, lo si intuisce dalla gente che abita questi piccoli paesi, gente nostrana, fresca e genuina, abituata al lento scorrere del tempo, ferma ai lati della strada, richiamata ed incuriosita dal passaggio impetuoso di tremila granfondisti, facce sorridenti, pacate e serene che applaudono ed incitano a non mollare, per niente disturbate od infastidite dalla schiera di “invasori” in sella ad una bici.
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La strada da percorrere è ancora lunga, attacchiamo il Montemaggiore e i due chilometri di questo colle, con punte del 12%, ci ricordano che la bici è anche fatica. Il “Pleba” accusa un poco, ma da roccia quale è non molla e scolliniamo insieme, giù in discesa per due chilometri e poi su di nuovo, ci aspetta lo Zappolino, solo un chilometro per fortuna, anche il sesto è superato.
Il bello inizia ora, Cà Bortolani, sette chilometri con punte del 13% lasciano il segno. Scollino in solitaria e sono piuttosto affaticato, inizio la discesa con calma in attesa che Paolo rientri, poi, durante una breve sosta al ristoro per riempire la borraccia di sali, alcuni ciclisti locali ci descrivono la difficile salita di Ancognano ma prima dobbiamo affrontare di nuovo il Mongardino, questa volta dal versante opposto, quasi tre chilometri non troppo impegnativi.
Anche l’ottavo è conquistato, ora sotto con l’Ancognano. Subito sono dolori perché i tre tornanti iniziali equivalgono ad una mazzata sia per le gambe che per la schiena, la strada è stretta e completamente all’ombra, qui non c’è il “gruppone” per sfruttare la scia, qui si è soli con la propria fatica, l’impegno è al massimo, la concentrazione pure ed è l’unico modo per trovare le forze per andare avanti, nonostante la velocità sia minima, otto, nove Km/h, di più non è possibile.
Quando conquistiamo la vetta (m.375 slm.!) mancano circa 10 chilometri al traguardo, ci rimangono alcuni chilometri di saliscendi e il rampone finale del Monte Donato (roba per arrampicatori di pareti rocciose) e poi è tutta discesa fino ai Giardini Margherita.
Ci arriviamo insieme io e il “Pleba” alle 14,50, siamo stanchi ma soddisfatti per aver concluso la prova. Due battute con il resto del gruppo e via di corsa, ehm, con la bici verso l’albergo per una ritemprante doccia.
Ore 16,30: si parte per tornare a Bergamo, dall’autostrada in lontananza si intravede il palcoscenico ormai spoglio delle comparse che fino a pochi minuti fa hanno animato la scena, mentre gli attori principali, i magnifici colli, stanno lì, in attesa di recitare nuovamente il ruolo di protagonisti.
Prima di proiettare lo sguardo e la mente verso casa l’ultimo dei pensieri è per loro: allenato o fuori forma l’anno prossimo ci si rivede sicuramente.

Stefano Testa - 1 Maggio 2003

 
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